domenica 17 marzo 2013

L'intricata questione dei marò in India


Non c'è dubbio che il comportamento delle Autorità indiane in occasione prima, del fermo dei due marò e più di recente dell'ambasciatore italiano, è in palese violazione del diritto internazionale. Così come in violazione del diritto internazionale è stata tutta la vicenda processuale interna. Si tratta di decisioni politiche, direi "mediatiche", dovute probabilmente al clima che si è venuto via via creando all'interno del Paese sulla spinta emotiva dei cittadini indiani. Ciò non giustifica peraltro il discutibile comportamento, anzi, posto che l'India conosce bene il diritto internazionale applicabile alla fattispecie, l'atteggiamento delle Autorità indiane è maggiormente deprecabile e pertanto sanzionabile dal punto di vista del diritto internazionale. In verità emerge altresì una dura realtà geopolitica: l'India è oggi un Paese in forte ascesa dal punto di vista economico-politico; l'Italia, per contro, è alla ricerca di recuperare un ruolo più consono che le compete, da tempo perso sul piano internazionale e da diversi anni.  Per spiegare meglio la controversia India-Italia, occorre precisare che il caso diplomatico-giudiziario trae origine dal dilagante fenomeno della pirateria nell’oceano indiano (invero come in altri mari); il fatto, da tutti conosciuto, sarebbe avvenuto in acque internazionali e non acque territoriali indiane come sostenuto dalle Autorità locali. Ciò non ha grande rilevanza per il diritto internazionale. Il regime di immunità dello Stato (Italia) (Stato apparato inteso come l'insieme dei suoi organi) lo esenta dalla giurisdizione dello Stato del foro e, in ogni caso, si applica anche per i fatti commessi nel territorio dello Stato del foro, per la medesima ragione (immunità). La questione della pirateria in generale ha comportato che gli Stati, al fine di tutelare le navi battenti bandiera nazionale, forniscono scorte armate - composte di militari, come nel caso dei marò, o di private contractors - a loro protezione. Si tratta evidentemente di attività dello Stato esercitate iure imperii in risposta al fenomeno della pirateria; fenomeno questo considerato anche dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU destabilizzante la pace e la sicurezza internazionale.  A tal riguardo l'accordo internazionale multilaterale "Vessel Protection Detachement"  ha come obiettivo precipuo, tra l'altro, di organizzare, a livello multilaterale, le scorte armate sulle navi mercantili. L'Italia ne è parte. L'India non ha a riconosciuto detto accordo. Tuttavia l'India riconosce ed accetta il diritto internazionale generale, la convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 e, non ultimo, è membro ONU. ll comportamento delle Autorità indiane è in violazione del diritto internazionale, atteso che gli organi dello Stato (nella fattispecie i marò e l'ambasciatore italiano) sono immuni dalla giurisdizione penale dello Stato straniero allorché svolgono attività iure imperii. Ed è piuttosto chiaro che i marò nell'arco delle loro funzioni e soprattutto l'ambasciatore rappresentano organi dello Stato italiano. L'Ambasciatore italiano in India rappresenta il lo Stato (governo) italiano, il quale, avendo ottenuto il gradimento da parte indiana, assume lo status diplomatico di capo missione con tutti i trattamenti che gli competono dalla sua condizione. A voler semplificare: immunità dalla giurisdizione, cioè non processabilità dinanzi a tribunali locali, inviolabilità della persona, della sede e dell'abitazione, diritto di circolare liberamente, divieto di fermo di polizia, ecc. Alle Autorità indiane l'unica possibilità è di ritirare il gradimento e considerare la persona (l'ambasciatore) persona non grata e, eventualmente, espellerlo. Stando le cose diversamente, non è possibile ai sensi della convenzione di Vienna del 1961, fermare con azioni di polizia o limitare gli spostamenti dell'ambasciatore. La questione sin dal principio sarebbe dovuta essere risolta in via diplomatica e non giudiziaria (per di più da tribunali indiani). Ora la questione dovrebbe essere risolta sul piano politico-diplomatico (in via prioritaria), grazie anche alle pressioni di ONU e Unione europea, ottenendo così il rilascio dei due marò e consentendo all'ambasciatore italiano piena libertà di movimento e di azione. Altrimenti l'unica via perseguibile per lo Stato italiano è un arbitrato internazionale, ovvero sollevare la questione dinanzi ad un tribunale internazionale al fine dell'accertamento dei fatti e, l'individuazione delle responsabilità internazionali previste dal diritto internazionale.

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