Terminata la
campagna elettorale "europea", com'è noto dominata da slogan del tipo
"te la do io l'Europa", vediamo ora gli effetti del voto che in
questa occasione appaiono a dir poco diversificati. Ricordando, tuttavia, che
nel dibattito generale della campagna elettorale di Unione europea si è parlato
poco o niente trasferendo, come sempre, la competizione su questioni puramente
interne. E mi riferisco non solo ai partiti "no euro o no europa"
bensì alla maggior parte delle compagini politiche. E' un atteggiamento
deprecabile che evidenzia la gestione "domestica" degli affari con
una visione provinciale della politica italiana. A seguito di queste elezioni,
tuttavia, il risultato delle urne "europee" del 2014 rappresenta un fatto
nuovo, più democratico, che va al di la della scelta dei 751 europarlamentari;
per la prima volta della storia comunitaria, infatti, i cittadini europei hanno
espresso un voto che non soltanto gura una loro rappresentanza (o maggioranza)
in seno al Parlamento europeo (PE) (che li rappresenta nella "triade"
legislativa del sistema istituzionale UE), ma anche, e (forse) soprattutto,
indirettamente, va ad incidere
sulla successiva nomina del Presidente della Commissione europea. Organo che,
lo ricordo, rappresenta l'interesse europeo comune. Di conseguenza, i cittadini
UE hanno avuto la possibilità di incidere su due istituzioni fondamentali della
"triade" legislativa, considerando che il Consiglio UE (meglio noto
come "dei ministri") riunisce i ministri dei governi nazionali per
materia trattata (ecofin, affari generali, agricoltura, ambiente, commercio
ecc.). Al di fuori del "triangolo legislativo" il Consiglio europeo,
organo sostanzialmente politico, che riunisce de facto i Capi di Stato e di governo dei 28 Stati membri che nella
procedura di nomina del Presidente della Commissione gode di un ruolo
importante. . Pertanto, i cittadini UE sono considerati come parte integrante
del sistema; e questa è una conquista democratica raggiunta negli anni a
seguito di estenuanti trattative e grazie, soprattutto, alla giurisprudenza della Corte di giustizia
UE. Ma nessuno lo sa. Ripeto: nessuno ne è a conoscenza. Così che, allo slogan
"te la do io l'Europa" si dovrebbe considerare la determinazione collettiva
di chi ha votato ed espresso una preferenza: questa è ordinaria democrazia
("l'Europa che vogliono i cittadini"). Per di più in un sistema
complesso come è l'UE che racchiude Stati (e che Stati!), istituzioni e
cittadini. La questione è, allora, da un lato, il rispetto della volontà
politica dei cittadini con tutte le conseguenze che ne derivano e, dall'altro,
il rispetto delle norme giuridiche, in particolare delle norme costituzionali
europee (i Trattati). E' prevedibile un conflitto tra istituzioni UE: in
particolare tra PE e Consiglio europeo, giacchè quest'ultimo non sembra
accettare di buon grado la nuova previsione dei Trattati prevista dalla riforma
di Lisbona nel 2007. La base giuridica della questione è l'art. 17, parag. 7
TUE che stabilisce che il Consiglio europeo nella nomina del Presidente della
Commissione europea, dopo consultazioni appropriate, deve "tener
conto" dei risultati delle elezioni del PE. In passato, la designazione
era appannaggio esclusivo del Consiglio europeo con una successiva "ratifica"
da parte del PE (una sorta di assenso democratico). Dopo Lisbona, nell'ottica
di un sistema più democratico e vicino ai cittadini, la procedura di nomina si
sbilancia verso il PE e, le conseguenti decisioni dei Capi di Stato e di governo, appaiono
come un momento di fusione del profilo democratico ed il profilo
intergovernativo. Ciò perchè il PE e la Commissione europea sono collegati da un rapporto
di fiducia (voto di approvazione) che in qualsiasi momento si può rompere
(mozione di censura) con la conseguenza delle dimissioni dei membri della
Commissione (giacchè organo collegiale). Il Consiglio europeo non può tralasciare
questa relazione istituzionale fondamentale e democratica per gli equilibri
istituzionali complessivi. Comprendo che sono in gioco anche altre decisioni
importanti da prendere entro l'anno (presidente del Consiglio europeo, Alto
Rappresentante per la politica estera, eurogruppo ecc.) ma la relazione
PE-Commissione è l'essenza stessa della democrazia nel sistema istituzionale
dell'Unione europea. Aspetto, questo, che viene richiamato enfaticamente nel
Preambolo del Trattato sull'Unione europea lì dove si invitano gli Stati membri
a "rafforzare
ulteriormente il funzionamento democratico ed efficiente delle istituzioni in
modo da consentire loro di adempiere in modo più efficace, in un contesto
istituzionale unico, i compiti loro affidati".
venerdì 20 giugno 2014
domenica 1 giugno 2014
Risposta a D.M. che scrive su Il Sole 24 Ore una lettera su "Il reale peso dell'Europarlamento"
Leggo la lettera pubblicata oggi 29 maggio 2014 (sul
numero 145 a pag. 22) dal titolo "Il reale peso dell'Europarlamento"
a firma D.M., che mi da l'opportunità di spiegare meglio e di
chiarire a beneficio della collettività. Da studioso della materia senza alcun
motivo di polemica. Anzi, lo ringrazio per la sollecitazione. Non dobbiamo
dimenticare che l'Unione europea non è uno Stato (ancorché taluni la ritengano
un "Super-Stato" o qualcosa del genere) e, quindi, dal punto di vista
strettamente giuridico non è possibile fare riferimenti statali. Non sono
corretti né adeguati. L'accostamento è improponibile. Il sistema istituzionale
UE è un sistema complesso (28 ordinamenti giuridici da cooordinare), diverso,
dalle due anime: una propriamente "comunitaria", direi istituzionale,
l'altra intergovernativa. Il potere legislativo è appannaggio di tre
istituzioni comunitarie: la Commissione europea che gode di un diritto molto
esteso di iniziativa legislativa e dà l'avvio all'iter legislativo nell'interesse
comune; ed è l'organo sostanzialmente esecutivo e di controllo UE; poi abbiamo
il Parlamento europeo (PE) (organo che rappresenta i Popoli europei) ed il
Consiglio dell'Unione (che rappresenta i governi degli Stati membri; da non
confondere con il Consiglio europeo che è un organo politico che riunisce i
Capi di Stato e di governo dei 28 Stati). Dalla dialettica istituzionale di PE
e Consiglio, e dai differenti obiettivi delle istituzioni, scaturisce la
legislazione UE che generalmente conosciamo come il diritto dell'Unione
europea. Quelle "leggi" europee che, in modo diretto ovvero in modo
mediato, stabiliscono diritti e doveri non solo per lo Stato ma anche per le
persone (fisiche e giuridiche). Il Parlamento europeo, oggi, a seguito dell'ultima
riforma del Trattato di Lisbona entrata in vigore il 2010, gode di un potere
legislativo riconducibile a quello del Consiglio UE, e quindi, laddove non
riscontri un interesse generale e soprattutto dei cittadini che rappresenta,
può bloccare l'iter legislativo fino al punto di porre il veto nei confronti
del Consiglio. E' una importante conquista raggiunta negli anni. Ricordo,
infatti, che con la novellata procedura legislativa ordinaria, che è la
procedura più importante ed utilizzata per l'esercizio delle politiche comuni,
il PE (oltre alle altre prerogative altrettanto importanti che non sto in
questa sede ad esporre) rappresenta l'unica "voce" dei cittadini
europei. Ecco perché è importante essere ben rappresentati all'interno del
sistema legislativo UE. Quanto al costo degli Europarlamentari, com'è
comprensibile, si tratta di scelte politiche. Ricordo soltanto, per maggiore
chiarezza, che il bilancio UE a differenza di altre organizzazioni
internazionali, si fonda su risorse proprie (art. 311 TFUE): si tratta di entrate prelevate nel quadro delle politiche
comunitarie e non già provenienti dagli Stati membri e calcolate come
contributi nazionali. Le risorse proprie sono costituite da dazi doganali,
diritti agricoli, contributi zucchero, aliquota prelevata sulla base imponibile
armonizzata dell'imposta sul valore aggiunto (IVA) e aliquota prelevata sul
reddito nazionale lordo (RNL).
martedì 29 aprile 2014
Lettera a "Il Sole 24Ore" pubblicata oggi 29 aprile 2014 pag. 20
Oggi 29 aprile 2014 sul quotidiano "Il Sole 24 Ore" a pag. 20 una mia precisazione; che pubblico sul mio profilo anche agli amici di FB.
"Leggo la lettera firmata N.B. pubblicata oggi 28 aprile 2014 sul numero 116 a pag. 14 dal titolo "Gli europarlamentari sono poco attenti alle tematiche green". Mi sembra doveroso fare alcune precisazioni, per correttezza e per chiarezza nei confronti degli elettori che tra qualche giorno saranno chiamati a votare il nuovo Parlamento europeo. Sono d'accordo con il lettore N.B. sulla questione dell'assenteismo dei nostri parlamentari: per risolvere questa piaga italiana (ma non solo italiana!) occorre non solo andare a votare ma anche votare persone di un certo spessore; ovviamente al di la del colore politico e delle idee personali di ciascuno. Non sono d'accordo, invece, sulle "colpe" che i parlamentari europei avrebbero sull'annosa questione delle tre sedi del Parlamento europeo. Preciso che il Parlamento europeo nulla può sulla scelta delle sedi delle istituzioni europee, incluse il Parlamento, giacché la competenza a legiferare in questa (delicata) materia è dei governi dei 28 Stati membri (art. 341 Trattato sul funzionamento dell'Unione europea). Inoltre, il Protocollo n. 6 allegato al Trattato stabilisce nel dettaglio la generale e generica norma contenuta nell'art. 341 sancendo, tra l'altro, anche per la Commissione europea e per il Consiglio dell'Unione, che hanno la sede principale a Bruxelles, l'onere di tenere servizi e sessioni a Lussemburgo. E' una scelta politica come si può ben comprendere che risale al 1965 e che è stata negli anni sempre confermata. Quanto alle "tematiche green" ricordo soltanto che se abbiamo in Italia una politica ambientale lo dobbiamo proprio (ed esclusivamente) al Parlamento europeo e all'intero diritto UE (Titolo XX "Ambiente", artt. 191-193; peraltro materia disciplinata anche dall'art. 37 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in quanto diritto fondamentale della persona".
Massimo Fragola
"Leggo la lettera firmata N.B. pubblicata oggi 28 aprile 2014 sul numero 116 a pag. 14 dal titolo "Gli europarlamentari sono poco attenti alle tematiche green". Mi sembra doveroso fare alcune precisazioni, per correttezza e per chiarezza nei confronti degli elettori che tra qualche giorno saranno chiamati a votare il nuovo Parlamento europeo. Sono d'accordo con il lettore N.B. sulla questione dell'assenteismo dei nostri parlamentari: per risolvere questa piaga italiana (ma non solo italiana!) occorre non solo andare a votare ma anche votare persone di un certo spessore; ovviamente al di la del colore politico e delle idee personali di ciascuno. Non sono d'accordo, invece, sulle "colpe" che i parlamentari europei avrebbero sull'annosa questione delle tre sedi del Parlamento europeo. Preciso che il Parlamento europeo nulla può sulla scelta delle sedi delle istituzioni europee, incluse il Parlamento, giacché la competenza a legiferare in questa (delicata) materia è dei governi dei 28 Stati membri (art. 341 Trattato sul funzionamento dell'Unione europea). Inoltre, il Protocollo n. 6 allegato al Trattato stabilisce nel dettaglio la generale e generica norma contenuta nell'art. 341 sancendo, tra l'altro, anche per la Commissione europea e per il Consiglio dell'Unione, che hanno la sede principale a Bruxelles, l'onere di tenere servizi e sessioni a Lussemburgo. E' una scelta politica come si può ben comprendere che risale al 1965 e che è stata negli anni sempre confermata. Quanto alle "tematiche green" ricordo soltanto che se abbiamo in Italia una politica ambientale lo dobbiamo proprio (ed esclusivamente) al Parlamento europeo e all'intero diritto UE (Titolo XX "Ambiente", artt. 191-193; peraltro materia disciplinata anche dall'art. 37 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, in quanto diritto fondamentale della persona".
Massimo Fragola
giovedì 24 aprile 2014
L’Europa presagita da Croce - Ciclo di 5 seminari
La Compagnia della Disciplina della Croce e
l’Antenna del Circolo di Studi Diplomatici
hanno il piacere di invitare la S.V., nel
contesto del Maggio dei Monumenti, al primo dei 5 Sabati del ciclo
"L’Europa presagita da Croce"
Sabato 3 maggio 2014 ore 11,00
Conversazione di Massimo Fragola:
“Da Altiero Spinelli ad oggi quale Europa?”
Presenzierà Gerardo Marotta al quale sono
dedicati i 5 incontri
Chiesa della Santa Croce
con ingresso da Via C. Sersale, 9 - Napoli
lunedì 17 marzo 2014
Lacci e lacciuoli europei
Qualche giorno fa Alessandro Leipold su Il Sole 24 Ore
analizzava le cause della nostra crisi. Una vecchia storia. Negli ultimi 30
anni (circa) l'Italia è stata sempre in crisi: più o meno grave. Molto
attentamente, Leipold rilevava che già nel 1970 Giudo Carli parlava di
"lacci e lacciuoli" che ingabbiavano come una morsa la nostra
economia. La frase "lacci e lacciuoli" non era però di Carli bensì fu
coniata qualche anno addietro da Luigi Enaudi; entrambi però si riferivano ai
numerosi vincoli che soffocavono la nostra economia e ne riducevano il
potenziale. Vincoli ed ostacoli del tutto domestici che, come ha affermato
Leipold, sono "zavorre accuratamente made in Italy". Ad esempio il
costo della pubblica amministrazione e l'inefficienza della stessa; l'intreccio
di caste corporative; la regolamentazione bizantina del mercato del lavoro; il
fardello del debito pubblico. Per fare solo alcuni esempi. Ma noi guardiamo
sempre altrove, mai in noi stessi. Mai un'autocritica dalla quale partire per
rinnovare. Veramente e concretamente. Le cause della crisi (ennesima!) sono sempre
al di fuori dei nostri confini. I vincoli europei…i compiti a casa. L'Unione
europea è il capro espiatorio, da "demonizzare", da condannare tout
court senza appello. Soprattutto senza sapere. Questo atteggiamento, molto in
voga negli ultimi anni, è stato alimentato non soltanto dagli euroscettici (che
per carità hanno tutto il diritto di farlo), ma anche da persone (mi riferisco
in particular modo a politici) che euroscettiche non sono. Quante volte abbiamo
sentito la frase: "ce lo impone l'UE" oppure "è un obbligo
comunitario" talvolta impropriamente affermato. Certo l'UE costituisce una
grande valvola di sfogo soprattutto per i governi nazionali; quail che siano. E
specialmente i nostri governi degli ultimi anni. E' chiaro che l'ordinamento
giuridico UE determina delle regole che si applicano nel territorio UE,
precisamente, 28 Stati e più di 500 milioni di persone. Regole che devono
essere rispettate da tutti pena una disparità di trattamento e la violazione
del principio costituzionale di non discriminazione. A ciò vigila sul piano
politico la Commissione sul piano giurisdizionale la Corte di giustizia. Se ciò
non avviene si verifica la "rottura del patto" e la violazione della
leale collaborazione, altro principio costituzionale. Ciò detto, è altresì
chiaro che la governance dell'UE può e deve essere migliorata; soprattutto la
gestione della moneta comune (che lo ricordo gode nei Trattati, ed al di fuori
di questi, di una disciplina particolare), che gli addetti ai lavori ben
criticano già dalla sua nascita nel 1992 Trattato di Maastricht. L'ordinamento
UE non è perfetto ed è quindi perfettibile. Lo comprendo una legislazione
sconosciuta che promana da un sistema sconosciuto non comprensibile. Ma accettabile
e influenzabile nelle sedi opportune; prima che le "leggi europee"
siano adottate. Il parlamento europeo è l'unica istituzione chef a i nostri
interessi, al di là dei governi e degli Stati. E la prossima votazione europea
è l'occasione buona per invire parlamentri seri e preparati. Al di la del
colore politico di ciascuno. Stare insieme agli altri cittadini europei, agli
altri Stati membri, nell'esercizio delle competenze condivise è una necessità
ineludibile. Quindi, anche un'occasione per darci definitivamente una regolata
al nostro modo di essere e rispettare (anche) gli impegni europei. Come
d'altronde fanno gli altri 27 Stati.
martedì 11 febbraio 2014
La Corte Costituzionale tedesca e i cittadini dell'Unione europea
La Corte Costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht), ha deciso di rinviare alla
Corte di giustizia dell'Unione europea (in prosieguo anche Corte UE) un ricorso
contro il programma della BCE di acquisti illimitati di bond noto come OMT
(Outright Monetary Transactions). E' un fatto importante che va segnalato. Infatti, la suprema Corte tedesca si
rivolge, per la prima volta in cinquant’anni, alla Corte UE di Lussemburgo,
attivando così la procedura pregiudiziale contenuta nell'art. 267 del Trattato
sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE). La decisione resa nota il 7 febbraio 2014, si inserisce
nel più ampio dibattito pendente dinanzi alla Corte costituzionale tedesca
riguardo la costituzionalità della partecipazione tedesca allo European Stability Mechanism (ESM),
il fondo europeo di salvataggio finanziario. Su questa questione il Bundesverfassungsgericht emetterà una sentenza il
18 marzo dopo che la Corte UE si sarà pronunciata. I due temi sono collegati in
quanto, per poter ricevere gli aiuti dal programma OMT, uno Stato deve
necessariamente sottoscrivere un programma di finanziamento dai fondi europei
di salvataggio (ESM), rispettandone la condizionalità. Secondo molti cittadini
tedeschi il programma OMT violerebbe l'articolo 123 TFUE e per questo motivo la
Corte costituzionale tedesca ha rinvito la questione alla Corte UE attendendo
il suo responso. E' importante ricordare che l'art. 267 TFUE disciplina efficacemente
la cooperazione tra i giudici nazionali degli Stati membri (quali che siano) e la
Corte di giustizia UE; costituendo, così, in materia di diritto dell'Unione
europea, un mega-ordinamento giudiziario europeo coordinato ed integrato.
Siffatta procedura trasforma il ruolo dei giudici nazionali in giudici europei
"decentrati", ovvero giudici "naturali" del diritto UE.
L'aver rinviato, per la prima volta, gli atti della causa alla Corte di
giustizia è un fatto importante, laddove si consideri che le Corti
costituzionali (non tutte per la verità) non sempre e con favore hanno attivato
la procedura di cooperazione, non ritenendo di esserne né obbligate né
coinvolte funzionalmente. Anche la Corte costituzionale italiana è stata riluttante
a rinviare gli atti alla Corte UE fino al leading
case della nota ordinanza n. 103/2008 a cui ha fatto seguito la più recente e
significativa ordinanza di rinvio n. 207/2013
che attende la pronuncia della Corte di giustizia. In sostanza, dopo un lungo
periodo di silenzio, le Corti costituzionali (sopra citate) hanno compreso che
la procedura del rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE non rappresenta una diminutio delle loro funzioni costituzionali, bensì un arricchimento delle
loro prerogative e una "valvola di sfogo" significativa in una
materia, tanto complessa come il diritto UE, non sempre di facile assimilazione
(accettazione?) anche ai giudici costituzionali. Sicché, messe da parte le
presunzioni di "onnipotenza" e vetusti retaggi nazionalistici (leggi
sovranità) anche i giudici di Karlshrue che, lo ricordo, rappresentano un punto
di riferimento certo del diritto in Europa, hanno ben compreso che cooperare
non vuol dire sottomettersi a nessuno e men che meno alla Corte di giustizia
UE. Il segnale va letto anche in altra prospettiva. Ci si rende conto che (dal
1951) siamo parte di un ordinamento sovranazionale costituito per disciplinare
insieme talune materie che gli stessi Stati hanno trasferito, volontariamente,
dalla loro competenza esclusiva (sovranità) alle istituzioni dell'Unione
europea? E che tra queste istituzioni l'unica che ci rappresenta è il Parlamento
europeo? Le Corti costituzionali lo hanno compreso (anche in ritardo…); e i
cittadini?
mercoledì 5 febbraio 2014
Sulle prossime elezioni del Parlamento europeo
Le elezioni del Parlamento europeo (PE) del maggio prossimo, sono le più
importanti (e complicate) degli ultimi 50 anni. Per vari motivi. Cercherò di
spiegarne i più salienti (almeno dal mio punto di vista). Ricordando,
preliminarmente, che i circa 530 milioni di cittadini UE hanno solo lo
strumento del voto europeo, ogni 5 anni, per poter partecipare (ed influenzare)
in via mediata al processo di formazione degli atti legislativi dell'Unione
europea. "Leggi europee"
che non riguardano esclusivamente gli Stati membri (sarebbe un diritto
internazionale) bensì, la maggior parte di esse, incide immediatamente sulla vita e sui comportamenti di noi
cittadini (diritto sovranazionale). Ovviamente nelle materie nelle quali l'UE
può legiferare; vale a dire, in quei settori che gli Stati membri hanno
devoluto alla competenza dell'Unione. Ricordo, infatti, che l'UE non può
legiferare in qualsiasi settore della nostra vita dovendosi attenere alle
cc.dd. "competenze di attribuzione", cioè, laddove c'è stata cessione
di sovranità, volontaria ed irrevocabile (almeno in linea di principio). Non è
questo lo scopo di queste riflessioni spiegare perché gli Stati hanno ceduto la
loro sovranità in talune materie giacché il discorso ci porterebbe molto
addietro negli anni; addirittura nel momento iniziale dell'integrazione europea
con la nascita della prima Comunità del carbone e dell'acciaio (CECA) del 1951.
Dal che, vale la pena solo richiamare l'attenzione sul fatto che la citata
"cessione di sovranità" non è "assoluta", nel senso che gli
Stati si sono spogliati completamente della gestione di siffatte
materie; bensì trattasi di una gestione "condivisa" delle stesse da attuare
dalle istituzioni UE a tal uopo previste, in particolare, mi riferisco, al
Parlamento europeo, al Consiglio dell'Unione europea (anche detto Consiglio UE
o, se si vuole, "dei ministri") ed al Consiglio europeo, alla
Commissione europea. Ciascuna istituzione ha degli obbiettivi ben precisi e
rappresenta una determinata categoria di soggetti. Il PE rappresenta noi
cittadini, il Consiglio europeo i Capi di Stato o di governo; il Consiglio UE i
rappresentanti dei governi nazionali; la Commissione gli interessi europei, gli
interessi comuni. Per far sì che il sistema istituzionale funzioni a regola, e
a garanzia degli interessi in gioco, è necessario che ognuno faccia la sua
parte e ciascuna istituzione rispetti il mandato che loro assegna il Trattato.
In primis il Parlamento europeo. Per di più, dopo la riforma del Trattato di
Lisbona del 2010, con i nuovi Trattati sull'Unione europea (TUE) e sul
funzionamento dell'Unione europea (TFUE), il Parlamento europeo diventa
legislatore a pieno titolo insieme al Consiglio UE nelle materie nelle quali è
prevista la procedura legislativa ordinaria (art. 294 TFUE), oggi applicabile
alla gran parte delle materie di competenza UE. E' necessario, pertanto, un
Parlamento qualificato che si ponga in contrapposizione con gli interessi
governativi, pena l'irrilevanza del ruolo del PE e, di conseguenza, il rispetto
della democrazia rappresentativa che informa l'intero funzionamento del sistema
UE (art. 10, parag. 1 TUE). E' l'unico modo per far sentire, ancorché in via
mediata, la nostra voce ("I cittadini sono direttamente
rappresentati, a livello dell'Unione, nel Parlamento europeo", art. 10,
parag. 2 TUE). Tutto ciò si realizza, come detto, oltre al ruolo
istituzionale di co-legislatore approvando, modificando o respingendo le
proposte legislative presentate dalla Commissione, con la ulteriore funzione di
controllo sull'operato della stessa Commissione (controllo politico grazie alla
concessione o revoca della fiducia all'esecutivo UE), nonché in ordine
all'adozione del bilancio dell'Unione europea (aspetto questo delicatissimo
come si può immaginare). Un'ulteriore novità della recente riforma di Lisbona
consiste nel dovere del PE di
collaborare con i parlamenti nazionali degli Stati membri, al fine assicurare
di una maggiore partecipazione dei parlamenti nazionali
alle attività dell'Unione europea e di potenziarne la capacità di esprimere i
loro pareri su progetti di atti legislativi dell'Unione europea e su altri
problemi che rivestano per loro un particolare interesse (Protocollo n. 1
allegato ai Trattati). In ultimo, per concludere, sarà il prossimo Parlamento
eletto ("tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo", art. 17, parag. 7
TUE) che avrà la competenza ad eleggere, per la prima volta,
il candidato
proposto dal Consiglio europeo alla carica di presidente della Commissione
europea. Con possibilità di bocciare la
candidatura presentata ed esprimere un diritto di veto sulla persona. Quindi un
ruolo fondamentale del PE, come espressione dei popoli europei,
nell'indicazione del Presidente della Commissione per i prossimi 5 anni.
Occorre meditare su tutto ciò.
Iscriviti a:
Post (Atom)